Gruppo di Albate – Presentazione del libro “Lembi di cielo”


Gli occhi di un santo, gli occhi di un prete, gli occhi di un uomo. Occhi stanchi di guerra, quelli di don Carlo, dopo il terribile massacro di Russia. Eppure proprio per questo ancora capaci di combattere per i suoi ragazzi, per i suoi alpini, per la sua Italia appena liberata. Un santo, don Carlo, ma un santo disobbediente, come tante volte è capitato ai figli migliori della Chiesa. Se la legge vietava i trapianti, in quell’Italia degli anni Cinquanta, lui era pronto a violarla in un ultimo gesto d’amore per l’uomo. Senza quella scelta contro, oggi Silvio Colagrande non potrebbe vedere i suoi lembi di cielo. Non potrebbe raccontare, come fa nelle pagine intense e spesso commoventi che leggerete, una storia unica, speciale. Una storia privata che diventa racconto collettivo, perché Colagrande non è solo l’uomo che vede con gli occhi di un santo. È anche il testimone privilegiato di una grande opera di fede, quell’opera che don Carlo volle con tutte le sue forze e alla quale lavorò fino agli ultimi giorni, affidandone l’eredità con quel “amis ve racumandi la mia baracca” che più di tutto racconta di questo prete speciale. C’è una luce unica, negli occhi chiari di Silvio Colagrande. Come se quel pezzetto di cornea ricevuta da don Carlo gli consentisse di scrutare i cuori nel profondo. Ne troverete spesso traccia, in questo piccolo libro prezioso. Che parla di opere della Provvidenza e delle nostre debolezze umane. Da leggere, magari, guardando lo struggente monumento che a Inverigo ricorda don Carlo. Così lontano dalla retorica, così vicino ai lembi di cielo.
Questa l’introduzione di Vittorio Colombo, 48 anni, giornalista, e responsabile dell’edizione di Lecco del quotidiano La Provincia al libro “Lembi di cielo” scritto da Silvio Colagrande.
Ed è stato lo stesso Silvio Colagrande da pochi giorni in pensione dopo avere per lunghissimi anni diretto il Centro “S. Maria alla Rotonda” di Inverigo, che venerdi 21 novembre 2014, che ha presentato il suo libro nella serata organizzata dal Gruppo Alpini di Albate. Colagrande ha descritto con grande semplicità la sua vita accanto a quel Don Carlo che sarebbe poi diventato “Santo”. Ha raccontato come ancora porta al collo una medaglietta con questa scritta: «Io sono la massima reliquia di don Gnocchi». La cornea che all’età di dodici anni gli restituì la vista, in effetti, è una delle due che don Carlo decise di donare morendo. L’altra è stata “donata” ad una bambina , Amabile Battistello. Colagrande quei giorni se li ricorda benissimo. Certo allora non poteva sapere, per esempio, di quando don Carlo ormai morente e consapevole che i trapianti erano ancora illegali aveva comunicato le sue intenzioni al professor Cesare Galeazzi: «Sei disposto, gli aveva chiesto, a rischiare la galera per fare una cosa?».
Durante la serata sono stati anche letti alcuni stralci del libro. La presenza del Coro Nigritella di Monteolimpino diretto dal Maestro Camporini, che ha intervallato musicalmente i vari interventi , ha dato alla serata ancor più, un taglio “alpino”.

